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COME È CAMBIATO IL MODO DI INSEGNARE? 2 SPUNTI DI RIFLESSIONE.

Spunti di riflessione per essere efficaci nel formare i nostri team sportivi o lavorativi.


Quante volte abbiamo già parlato di comunicazione?

L’abbiamo sezionata da molti angoli differenti cercando di coprire tutti i diversi aspetti ma mai, finora, considerando le conseguenze della rapidità dei cambi generazionali.

Se partiamo dalla definizione di comunicare che è, come ormai dovremmo sapere tutti, “Mettere in comune” ed il fatto che il principale attore della comunicazione non è tanto l’emettitore, quindi chi parla, ma chi riceve, ci renderemo conto dell’importanza che ha questo aspetto.

Ma soprattutto di quanto sia importante riuscire a gestire le diversità che possono essere di età, estrazione, provenienza e cultura e le loro conseguenze nell’efficacia della trasmissione e comprensione del concetto.

Non stiamo parlando solo di parole e di gergo differente. Parliamo invece di COME comunicare ed essere efficaci nel farlo specialmente nelle fasi di formazione delle persone.

Chi fa parte della GENERAZIONE X essendo nato, come me, tra gli anni 70 ed 80, è in questo momento spesso nella situazione di dover essere un insegnante o, comunque, di dover spiegare dei concetti a persone più giovani.

Mettetevi quindi nei panni di un ragazzo della mia età (…eh sì, sono sempre un ragazzo…) che deve formare un team, una squadra o semplicemente dei colleghi.

Diversi possono essere gli obiettivi tra cui:

  • Rendere capace qualcuno di fare qualcosa
  • Trasmettere dei concetti
  • Accompagnare verso un determinato obiettivo

Nel fare da insegnante, credo che la cosa più naturale sia quella di riprendere le modalità derivanti dalle esperienze avute da ragazzi che, nel caso nostro, erano chiaramente dipendenti dalla situazione sociale (valori e riferimenti culturali) del tempo.

Salendo nella macchina del tempo ed atterrando negli anni ‘80, fuori dalla famiglia, la cultura veniva sostanzialmente data dai professori poiché la disponibilità di informazioni era estremamente limitata così come l’accessibilità e la comprensione. Si trattava spesso di pubblicazioni molto specialistiche che necessitavano di un livello di conoscenza di base molto elevato.

Per questo motivo era molto difficile contestare o, comunque, discutere le informazioni che venivano condivise non essendoci alcuna possibilità di trovare né tantomeno di capire qualcosa di differente. Il professore era quindi un riferimento, veniva trattato come tale e trasferiva la conoscenza con poche, o nessuna, possibilità di verificare o approfondire la materia.

D’altro canto, i disturbi dall’esterno sotto forma di stimoli di distrazione o di informazioni false erano molto inferiori e, comunque, facilmente controllabili.

Questo permetteva di segregarle più facilmente e di mantenere la concentrazione e la motivazione ( puoi anche guardare il mio video sulla motivazione! ) più facilmente.

Se passiamo alle generazioni successive, quelle chiamate Y e Z nate dopo gli anni ‘90, vediamo come siano quelle cresciute avendo a disposizione una quantità elevatissima di dati. Questo ha permesso loro di creare la possibilità di accedere a varia conoscenza ed a moltissimi differenti punti di vista.

D’altro canto, sono state esposte (e lo sono tuttora) non solo a stimoli molto più frequenti e subdoli, poiché sono stati STUDIATI per attrarre l’attenzione e quindi distrarre dall’attività che si decide di fare, ma anche a possibili informazioni incorrette o, addirittura, fasulle e che diventano difficili da verificare.

Per questo, se un tempo la motivazione poteva essere mantenuta più facilmente viste le poche distrazioni, oggi invece dobbiamo fare in modo di rinforzare la componente di motivazione interna per vincere le decine di “sirene” tentatrici che portiamo ogni giorno nelle nostre tasche all’interno del cellulare sveltendo e snellendo le spiegazioni.

Se facciamo quindi un parallelo tra le due situazioni differenti, distanti una trentina di anni, si comprende come, se da un lato l’insegnante era l’unica o, comunque, una delle pochissime fonti di informazione specifica e che quindi era vista come mezzo per trasferire informazioni, oggi invece siamo in presenza di una proliferazione di fonti che però devono essere verificate e comprese.

Credo che sia chiaro che siamo in presenza di riferimenti culturali completamente differenti e che mai finora sono stati così differenti tra maestri ed alunni.

Parafrasando Douglas Adams:

Qualsiasi cosa inventata dopo i tuoi 35 anni, è contraria all’ordine naturale delle cose.

E, guarda un po’, lo smartphone e quindi tutto l’ecosistema di App collegato, è nato quando avevo 36 anni.

Ricapitolando quindi, negli ultimi 30 anni sono cambiati modelli culturali, accesso alle informazioni, profondità delle informazioni, supporti di comunicazione e quantità di stimoli a cui siamo sottoposti. E’ improbabile quindi che il modello di insegnamento possa essere lo stesso e, se non ce ne rendiamo conto da subito, potremmo avere un effetto che è molto inferiore è quello che speriamo.

La differenza sostanziale quindi è che il focus non deve dare su “cosa imparare” ma su “come impararlo” dando quindi la possibilità ai ragazzi di avere le basi necessarie a:

  • Comprendere l’argomento
  • Trovare altre fonti nel momento volessero approfondire
  • Comprendere se le fonti sono attendibili
  • Fare propri i concetti nuovi creando la propria visione complessiva

Questo approccio ha anche effetto sulla motivazione. Sappiamo infatti che concetti o argomenti imposti da altri sono notoriamente meno efficaci da un punto di vista motivazionale rispetto a qualcosa che viene scelto dallo studente autonomamente. Una maggior motivazione derivante da una scelta propria permetterebbe quindi di resistere più facilmente agli impulsi esterni.

Il nuovo formatore cambia quindi il proprio obiettivo e la propria figura passando ad essere un mentore ovvero una guida che permette ai ragazzi di identificare quali sono i loro veri talenti e le loro vere predisposizioni e permette loro di iniziare a lavorare su argomenti specifici.

Ma, forse, per capire questo concetto sarebbe bastato ascoltare il vecchio Albert Einstein…

Non ho mai insegnato ai miei allievi; ho solo cercato di fornire loro le condizioni in cui possono imparare.

Forse, alla fine, per i bravi insegnanti non ci sono poi tutte queste differenze.

 

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