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COME UN ACQUAZZONE PUO’ AIUTARCI A MIGLIORARE …

Un Giapponese alla maratona di Boston  e come un acquazzone inaspettato può aiutarci a migliorare.


Queste sono le nazionalità dei vincitori della Maratona di Boston dal 2002. Kenia ed Etiopia sono stati i mattatori per tutte le edizioni tranne che un anno dove uno statunitense, in realtà Eritreo quindi di nuovo Africano, ha guadagnato la vittoria.

Ma quest’anno c’è stata una rivoluzione dato che si è imposto a sorpresa il giapponese Yuki Kawauchi con il tempo più lento dal 1976. Yuki è un vero e proprio idolo nel mondo delle maratone dato che lavora per la Prefettura di Saitama e nel tempo libero si allena, senza alcuno sponsor.

Ma cosa ha determinato un risultato del genere?

La 122^ edizione della maratona più antica del mondo si è corsa sotto una fitta pioggia e con temperature attorno ai 7 °C che hanno complicato la vita dei runner.

Al momento del peggioramento delle condizioni atmosferiche Geoffrey Kirui, (indovinate un po’ ??) Keniano, guidava la corsa al 35° chilometro con un minuto e mezzo di vantaggio sul giapponese, ma da quel momento va clamorosamente in crisi. E da quel momento Kawauchi ricuce un distacco enorme, opera il sorpasso e vince nell’incredulità generale. 

In quel momento sono cambiate le condizioni di corsa.

Pioggia e freddo aggiunte ad una mantellina che è stata usata per proteggersi dal vento hanno spostato l’equilibrio degli atleti dal conosciuto verso qualcosa di “meno normale” e che era fuori dalla situazione di comfort dell’atleta Keniano.

E in competizioni ad altissimo livello anche piccole modifiche portano impatti elevati.

Ma cosa ci può essere di così strano in pioggia e vento?

Se vediamo dove si allenano i Keniani e le strade dove corrono è semplice capire che se la pioggia è battente non è possibile allenarsi poiché la terra intrisa di acqua rende la corsa difficilissima.

Probabilmente quindi, non aver avuto un allenamento specifico in condizioni simili ha creato un disturbo e quindi una situazione sconosciuta che ha avuto un impatto sulla prestazione.

 

Forse è un po’ presuntuoso scomodare Darwin, ma in questo caso possiamo realmente dire che

Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere ma quella che si adatta meglio al cambiamento.

 

Ma questa situazione è tutt’altro che “strana” anzi direi che è in realtà molto normale per quanto riguarda non solo lo sport, ma anche la vita lavorativa.

Questo episodio infatti mi ha fatto venire in mente quando, durante una presentazione in cui dovevo far partire un video, il PC si è bloccato.

Avere un centinaio di persone che ti guardano mentre dai loro le spalle cercando di sbloccare un PC e ti giri ogni tanto sfoderando un sorriso forzatissimo non è la cosa più coinvolgente tanto che non stento ad ammettere che i 5 minuti successivi sono stati tra i peggiori nella storia delle mie presentazioni.

Pensate un momento. Quante volte un cambio programma ha scompaginato il vostro piano e vi ha fatto “innervosire” rovinando il risultato che vi eravate immaginati?

 

Cosa fare quindi per minimizzare queste situazioni?

Possiamo utilizzare un “allenamento mentale”, una pratica che non ha nulla a che fare con santoni indiani o ipnosi alla Giucas Casella, ma è qualcosa che allena la mente a compiere determinati gesti ed a reagire in modalità conosciute esattamente come un qualunque muscolo del nostro corpo.

 

La pratica è semplice: si tratta di dover immaginare sé stessi mentre si svolge un compito, includendo anche situazioni critiche o inaspettate (dobbiamo quindi prima immaginare tutto quello che potrebbe andare storto), in modo che il cervello acquisisca esperienza e capacità di lettura di tali situazioni.

 

Il nostro cervello infatti non riesce a distinguere le situazioni reali da quelle immaginarie, poiché entrambe sono legate a stimoli consapevoli (cioè volute dalla persona) e procurano sensazioni simili. In questo modo è possibile immaginare di effettuare un compito (affrontare una salita o una presentazione), di superare delle difficoltà, di fronteggiare delle situazioni specifiche e “far credere” al proprio cervello di averlo fatto sul serio rendendo “conosciute” delle situazione che altrimenti sarebbero state “sconosciute”.

 

Questa capacità del cervello è definita “principio ideomotorio”: grazie all’immaginazione mentale i cervello è in grado di attivare, con delle piccole contrazioni, i muscoli deputati a tale compito anche se in realtà non si sta facendo nulla. E facendo questo, si riescono ad immagazzinare informazioni che servono per calmare il nostro cervello rettile (se vuoi approfondire ti rimando al mio articolo) che è quello che, nel momento di difficoltà, si mette sulla difensiva e scatena i segnali di Scappa o Combatti che sono distruttivi nel lavoro o nello sport.

 

Riassumendo quindi si tratta di “immaginare” quali potrebbero essere le situazioni che si potrebbero presentare ed abituarci a reagire correttamente a questi input inaspettati creando dei “programmi” a cui ci si può attaccare per arrivare ad una gestione “sensata”.

 

Come disse una giovane Mikaela Shiffrin, sciatrice statunitense, che intervistata a 17 anni dopo il suo primo podio alla domanda “ma come hai fatto a fare una prestazione del genere visto che non conoscevi la pista”? ha risposto:

Ho corso questa gara nella mia testa decine di volte. A volte ho vinto, altre sono uscita ed altre sono arrivata quarta o quinta. Ormai la conosco come se fosse la gara di casa.

 

Buona settimana a tutti!

(Libro consigliato: Tecniche mentali per il potenziamento delle prestazioni sportive.)

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