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IL SEGRETO DELL’AUTOMOTIVAZIONE

 

IL SEGRETO DELL'AUTOMOTIVAZIONE

Cercare il segreto dell’automotivazione e della resilienza è una delle attività di tutti i maestri ed allenatori.


Quanti di voi hanno un figlio alle soglie dell’adolescenza?

L’esperienza che ho avuto io è che al passaggio dalle scuole medie alle superiori c’è un cambio evidente sia per quanto riguarda l’atteggiamento sia per la motivazione.

Forse sono stato fortunato, ma è palese che nello studio e nello sport l’impegno profuso è aumentato sensibilmente. Sebbene questa possa essere considerata una caratteristica dell’uomo, quella che viene chiamata normalmente “capacità di allenarsi per avere un risultato differito”, trovo che ai nostri tempi sia sempre meno presente.

Per capire il perché dobbiamo sapere da dove nasce questa “voglia di far fatica”.

 

Da dove nasce la MOTIVAZIONE.

Questo è uno degli argomenti principali degli incontri che svolgo con gli allenatori. La speranza di avere una bacchetta magica o una pillolina che faccia partire la motivazione e la voglia di allenarsi, qualsiasi sia il significato di allenamento (scuola, gioco, musica), credo sia presente in tutti i maestri del mondo.

Per confermare quanto sia un concetto cruciale, si può dire sia stato uno dei motori che ha permesso alla nostra specie di progredire in un ambiente di caccia nonostante non avessimo nulla di particolarmente differenziante dal punto di vista di velocità o di forza. Avevamo però un segreto invisibile e nascosto nella corteccia prefrontale, che ho descritto in questo vecchio post riprendendo la teoria dei tre cervelli di MacLean .

Per spiegarne il funzionamento, immaginate di essere nella savana qualche centinaio di migliaia di anni fa quando la caccia era l’unica (o comunque la principale) fonte di sostentamento per i nostri avi.

In una situazione in cui “o mangi la cena o sei la cena” e dovevamo cacciare, armati di bastoni, animali più veloci di noi. Se oggi facciamo fatica a bloccare una gallina in un pollaio, pensate a cosa doveva essere inseguire animali della velocità di una gazzella.

Ma cosa ci fece trionfare?

Il fatto che abbiamo trasformato la caccia nel portare la preda a uno stato di ipertermia continuando ad inseguirla, cioè portandola ad un innalzamento eccessivo della temperatura interna che mette in crisi il funzionamento del sistema nervoso dell’animale e quindi alla morte sfruttando il fatto che la nostra termoregolazione è molto più efficace di quella dei nostri amici animali.

Tutto questo è ciò che viene definito dagli studiosi «persistence hunting», caccia persistente. Potete trovare una descrizione all’inizio di un libro che ho recensito recentemente nella mia Newsletter, BORN TO RUN .

Per questo motivo, il nostro tipico allarme biologico nel momento in cui ci accorgiamo di spendere troppa energia, la fatica, invece di prevalere attraverso i segnali del nostro cervello rettile veniva sconfitto dalla motivazione della fame e del fatto che, se si fosse riuscito a cacciare l’animale, si sarebbe mangiato per giorni.

Questo stesso principio, detto della gratificazione dilazionata, rappresenta il paradigma di una serie di attività tipicamente umane. Pensiamo, per esempio, al processo stesso dell’allenamento. Mi alleno duramente oggi, rinunciando al piacere immediato, per risultati che giungeranno soltanto “domani” e “forse”.

Il processo motivazionale che permette di comportarsi in questa maniera si definisce automotivazione o, anche, motivazione intrinseca ovvero una spinta incessante a coltivare le proprie capacità, a spostare in avanti i propri limiti; una tensione che non richiede ricompense esterne, in quanto gratificante per se stessa.

 

Ma da dove arriva questa motivazione?

Dalla capacità di darsi degli obiettivi PROPRI e BEN FORMATI. Qualcosa che partendo da dentro, da un vero motivo di fondo ovvero da qualcosa che PER ME E’ IMPORTANTE, ci fa immaginare e pregustare la soddisfazione di arrivarci.

Anche per gli obiettivi ben formati avevo già scritto un post, ma in questo caso vorrei soffermarmi innanzitutto su un punto.

Gli obiettivi devono essere raggiungibili. Dobbiamo infatti fare in modo di ottenere dei risultati per stimolare il senso di capacità (Mi sentivo scarso, ma ora un pochino sono migliorato); questo senso di capacità stimola la dopamina che fissa il piacere di avercela fatta e produce desiderio di ripetere l’esperienza. Quindi ci si impegna di più.

La cosa meravigliosa è che non è necessario che noi riusciamo ad arrivare al nostro obiettivo. Anche quando vediamo qualcuno di simile a noi arrivarci abbiamo uno stimolo simile che ci sprona a fare lo stesso come è stato descritto da Albert Bandura nei suoi studi sui modelli di riuscita.

Alla fine quindi è questa l’essenza della resilienza. Allenarsi per raggiungere il nostro scopo e continuare a farlo anche quando le cose vanno male puntando a raggiungere obiettivi ben formati e raggiungibili.

La resilienza però, tanto quanto l’automotivazione, può e deve essere allenata.

Se ci si limita a restare a livelli conosciuti o, peggio, si permette ai nostri ragazzi o ai nostri atleti di ottenere ciò che vogliono senza sforzo, questa attitudine perderà di forza così come fa un muscolo se non è allenato.

Questo è quello che condivido nelle mie serate con gli allenatori.

Se dovessi sintetizzare in una frase quello di cui si parla normalmente direi che così come sappiamo che non esistono dei motivatori sappiamo invece che esistono sicuramente dei bravissimi de-motivatori. E noi dobbiamo evitare di esserlo.

E per farlo dobbiamo aiutare i nostri ragazzi a trovare la loro automotivazione, il loro motore, ed a formare degli obiettivi corretti.

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