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Adesso possiamo provare qualcosa di nuovo. Qualcosa che prima non avevamo avuto la possibilità di fare o l’ardire di tentare.


Sia chiaro. Mi sono rotto le scatole di sentire all’inizio di ogni servizio di economia che questa è una crisi senza precedenti, addirittura peggiore di quella del ’29.

Non credo che serva ripeterlo perché non credo che ci sia nessuno rimasto all’oscuro della situazione dall’alto del suo tempio dorato. Non credo sia utile poiché non dà alcuna informazione nuova né speranza o indicazioni. Non voglio sembrare un illuso, uno che pensa che basti nascondere una cosa per farla scomparire o uno di quei pseudomotivatori del “pensare positivo”. Ci sono moltissime prove che un tipo di visione miope, quella dell’ ”Andrà tutto bene se lo pensiamo veramente” non funziona (mi piacerebbe capire chi ha iniziato ad usare l’hashtag #andràtuttobene…).

Celebre è la storia del Paradosso Stockdale, un ufficiale americano che fu tenuto prigioniero in Vietnam per quasi otto anni e venne torturato più di venti volte prima di essere liberato.

Stockdale raccontò di non aver mai perso la speranza di uscire vivo dalla prigionia. Allo stesso tempo notò che furono i più ottimisti a non sopravvivere alla prigionia. L’ho raccontato più in dettaglio nel video sul colonnello Hall (lo potete trovare nel mio canale youTube qui: https://youtu.be/x_YmiecjGns).

Dobbiamo invece avere un ottimismo realista. Una visione obiettiva della realtà che, dando per assodate le condizioni al contorno, prova a mettere sul tavolo delle idee, delle opportunità (perché, che ci crediate o no, ci sono anche opportunità) e le azioni da fare per iniziare.

Non ritornerò sul concetto del mondo VUCA, (se sei interessato ho scritto un articolo a riguardo), e della velocità del cambiamento. Vorrei invece condividere con voi le esperienze che sto facendo in prima persona in queste settimane.

La prima cosa che ho notato è che praticamente tutti capiscono le nostre difficoltà. Tutti quelli con cui ho parlato hanno infatti accettato i problemi legati al telelavoro, alla difficoltà dei contatti o, comunque, alla scarsa dimestichezza che abbiamo con i nuovi strumenti di lavoro. Sembra quasi di essere tornati ai tempi della “good enough economy”, dell’economia dell’abbastanza bene, quella che permetteva ai computer di inchiodarsi diverse volte e noi, imperterriti, provavamo ad uscire e rientrare dal sistema.

Fateci caso anche dalle piccole cose come, l’impossibilità di trasferire una chiamata perché si lavora da casa, la richiesta di invio di una mail quello che fino a sei mesi fa era accolto con un mugugno oggi viene compreso ed accettato.

Cosa significa questo? Significa che abbiamo un bonus. Una vita extra, forse più di una, che possiamo utilizzare per provare qualcosa di nuovo. Qualcosa che prima non avevamo avuto la possibilità di fare o l’ardire di tentare.

Lo sento parlando con i clienti. Lo sanno e lo accettano.

Se consideriamo poi che oggi l’accessibilità alla tecnologia è elevata ed a basso costo, possiamo iniziare a sbizzarrirci testando e provando novità.

 

Chiaro che se sei la Fiat ed il mercato delle auto crolla del 98% non è che ci siano tante cose da inventare. Ma l’Italia non è fatta di tante Fiat. E’ fatta di una miriade di “Fratelli aggiustatutto srl” che se lo possono permettere perché hanno nel loro DNA la flessibilità e la capacità di adattarsi alle situazioni. L’esempio che mi ha lasciato a bocca aperta, è stata la capacità di alcuni bar di capitalizzare la loro Fan base per far partire rapidamente il loro giro di consegna a domicilio quando sono stati costretti a chiudere da un giorno all’altro.

Perché, a dispetto delle apparenze, non è banale cambiare il tipo di business. Non sai quanti clienti avrai e quindi non sai che magazzino tenere. Non sai quanto riuscirai a consegnare ogni sera. Ti servono delle scatole, devi pianificare le consegne.

Qui ci viene incontro un mantra delle start up americane.

Sbaglia velocemente, sbaglia spesso.

Il che non è un’istigazione all’errore ma un invito a buttarsi, verificare e correggere. Partire dalla strategia, che deve essere ben definita (sbagliare sulla strategia e cambiarla continuamente sarebbe pericoloso), ed iniziare. Se penso alle cose che sono riuscito a fare per la prima volta in queste sei settimane ed al risultato che hanno avuto, devo dire che ne è valsa la pena e che molte di queste hanno dimostrato che c’è un modo diverso e più efficiente di fare le cose.

Attenzione però a non cadere nella nostra “italianità” che vede l’errore come una colpa e quindi tendenzialmente blocca l’intraprendenza. In qualche caso è Paralisi da analisi ed ha come risultato il preferire l’inazione rispetto all’azione.

Inoltre, non essendo propensi a cambiare, ne sappiamo talmente poco che idealizziamo il cambiamento come un’autostrada verso una condizione migliore e che deve realizzarsi in fretta, altrimenti è di sicuro una perdita di tempo. Invece è quello che in inglese viene chiamato Trial and error, concetto vecchissimo e quasi banale. Quando un bambino sta imparando a camminare, fa il primo passo, cade e scoppia in lacrime, non è un fallimento. Se il bambino non si rialza mai e riesce ad imparare a camminare, questo è un fallimento. Ma sbagliare mentre impariamo cose nuove non lo è. È semplicemente il modo in cui impariamo. Per questo, se sbagliamo, ma crediamo al progetto, non fermiamoci e cerchiamo un altro modo di farlo.

Come dice Ettore Messina:

Non chiedo ai miei atleti di non sbagliare, chiedo di darmi ogni volta un errore nuovo.

Se credete veramente che non abbiamo grandi scelte dobbiamo anche ricordare che abbiamo poco tempo poiché se volete fare qualcosa di nuovo dovete essere i primi per godere del vantaggio della prima mossa ed obbligare gli altri ad inseguirvi. Quindi al lavoro perché, non so se lo sapete… stiamo vivendo una crisi peggiore di quella del ’29!!!

 

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