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SMART WORKING, UNA DEFINIZIONE CHE DOVREBBE ESSERE RIVISTA

Cosa c’è di particolarmente smart o furbo nel reagire ad una situazione che si è presentata in maniera inaspettata?


Quando a metà degli anni ‘90 stavo preparando la mia tesi nei laboratori dell’Università Padova, alcuni dei miei colleghi avevano tutta la mia invidia. Stavano infatti facendo ricerca per l’Aprilia che, a quel tempo, correva e dominava i campionati mondiali 125 e 250 di motociclismo. Praticamente il paradiso per un giovane allievo ingegnere meccanico. Erano gli anni dei mondiali del giovanissimo Valentino Rossi, di Loris Capirossi e Max Biaggi e del mitico Kazuto Sakata.

Aprilia era sicuramente la squadra da battere in quelle categorie e l’obiettivo dei miei colleghi era quello di trovare un materiale differente, più leggero ma performante alla stessa maniera, per il forcellone posteriore.

Avevano quindi pensato alla fibra di carbonio, il materiale ideale per la sua leggerezza ma difficile da lavorare, da progettare e da provare. Per questo, il primo passo che fecero fu semplicemente di fare il forcellone uguale a quello precedente senza considerare quali potevano essere tutti i benefici che la fibra di carbonio poteva dare.

Mi dissero schiettamente che una volta ridotto il peso poi, tutto quello che sarebbe venuto in più sarebbe stato ottimizzato dalle prove e dai calcoli che ne sarebbero derivati. Questo progetto non ebbe inizialmente un gran successo, almeno così mi dissero, e fu temporaneamente accantonato.

Questa storia mi è venuta in mente quando, all’inizio di questo “Lock down”, imprevisto, ma forse non imprevedibile, ci siamo trovati nella situazione di non poter più andare fisicamente al lavoro. E questo, in molti casi, è stato un vero dramma.

A quel punto ci siamo fermati guardandoci attorno per capire velocemente cosa c’era a disposizione per assicurare la continuità del lavoro anche da casa. L’abbiamo fatto in fretta in furia, reagendo a degli eventi che non erano sotto il nostro completo controllo e lo abbiamo chiamato Smart working.

Smart, se dovesse servire, significa intelligente, furbo. E, che resti tra noi, non credo ci sia niente di particolarmente intelligente e furbo nel reagire ad una situazione che si è presentata in maniera inaspettata se non il fatto di aver ottenuto come risultato una continuità, efficiente o meno, del lavoro.

E’ come quando sei in ritardo per andare in aeroporto e non hai ancora fatto la valigia. Non puoi andare troppo per il sottile sperando di tenere le camicie piegatissime. Riempi le tue borse con quello che ti passa in testa sperando di non aver dimenticato nulla ma non ti azzardi a definirti intelligente.

Alla fine però, molti di noi sono riusciti quindi a trarre il massimo vantaggio, quello di fare andare avanti le cose, cambiando soltanto i supporti che avevano a disposizione, ma non studiando tutte le potenzialità che questo materiale poteva dare, proprio come i miei vecchi colleghi di università.

Questo è successo sul lavoro, ma la stessa cosa l’abbiamo vista nelle scuole dove le lezioni sono svolte esattamente come prima soltanto usando dei software di condivisione, senza fermarci un secondo a pensare che probabilmente ci sarebbero potute essere modalità differenti di ottenere lo stesso risultato, o addirittura migliore, cambiando qualche ingrediente e non semplicemente inviando il programma delle video lezioni della giornata.

Ora mi sembra che si sia arrivati ad accettare questo modo di lavorare. Non so se sia perché intravediamo una fine o forse anche perché, inconsciamente, tendiamo ad ammantare di intelligente qualsiasi scelta dandole un nome inglese, un po’ perché fa figo un po’ perché, non conoscendo la lingua, si dà per scontato che sia una cosa fatta per bene.

Il fatto che in Inghilterra si siano guardati bene dal definire la stessa cosa smart, ma stiano usando semplicemente Working from Home (Lavoro da casa) credo che sia illuminante.

Certo che oggi abbiamo una occasione unica che riusciremo ad “acchiappare” se ci toglieremo dalla testa la speranza di mantenere le stesse modalità di lavoro cambiando completamente i supporti di comunicazione e rendendoci conto che non tutti i mali vengono per nuocere.

Questa sarà la parte smart. Intelligenti e furbi saranno quelli che riusciranno ad imparare ed implementare cose nuove.

Iniziando dal fatto che alcuni dei “Blocchi” che avevamo nella nostra vita “normale” non sono dei veri blocchi ma semplicemente delle abitudini che, cambiate le regole del gioco, sono state stravolte. Non c’è nulla di più efficace di cambiare le regole del gioco per far cambiare delle abitudini radicate da decenni.

Questo diventerà veramente Smart Working, compatibile con la “nuova normalità” (qualsiasi essa sarà), solo nel momento in cui riusciremo a cambiare le regole, i modi, i processi con cui svolgiamo e con cui sviluppiamo il lavoro di ogni giorno.

Oggi stiamo solo testando quanto “smart” siamo stati nel passato, quanto siamo stati capaci di prevedere l’imprevedibile o, parafrasando l’inflazionatissimo Nassim Taleb, quanto Antifragili siamo stati ovvero quanto siamo stati capaci di assorbire un colpo uscendone rafforzati.

O, più semplicemente, quanto siamo stati capaci di tirar fuori delle opzioni dalla nostra esperienza, comprendendo come usarle e modificandole rapidamente per farci restare agevolmente a galla e prepararci per la nuova traversata.

Ecco, questa è la vera cosa intelligente.

Sta a noi rendere furbo il lavoro che stiamo svolgendo ora, cercando di capire quale sarà la nuova normalità ed usando questo periodo per ottimizzare dei processi che terranno conto delle nuove opportunità che ci troveremo davanti. Ma, soprattutto, per renderci conto che comunque:

Siamo fragili quando non sviluppiamo alternative efficaci. Il prossimo “lock down” potrebbe magari essere imposto da un qualche disastro ambientale. E non avremmo scuse. (Citazione di Sebastiano Zanolli.Grazie)

 

Comments (2)

  1. Buongiorno Alessandro, questa parte del tuo scritto merita un applauso ..cito: “Ora mi sembra che si sia arrivati ad accettare questo modo di lavorare. Non so se sia perché intravediamo una fine o forse anche perché, inconsciamente, tendiamo ad ammantare di intelligente qualsiasi scelta dandole un nome inglese, un po’ perché fa figo un po’ perché, non conoscendo la lingua, si dà per scontato che sia una cosa fatta per bene.

    Il fatto che in Inghilterra si siano guardati bene dal definire la stessa cosa smart, ma stiano usando semplicemente Working from Home (Lavoro da casa) credo che sia illuminante.” Non serve aggiungere altro! A presto..torno al mio lavoro…sperando sia almeno un po’ smart ! 🙂

    1. Grazie mille per il tuo commento. A volte la scelta delle parole è fondamentale per influenzare chi ascolta. È un buon insegnamento per il futuro!

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