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IL FUTURO E’ TECNOCRATICO? QUALCHE SPUNTO PER LE COMPETENZE DI DOMANI.

Il futuro sarà solo guidato dalla scienza? Ne ho parlato in questo post, indicando anche quali competenze saranno necessarie nei prossimi anni


Ci rendiamo conto che stiamo vivendo nel mondo migliore di sempre? O, almeno, che viviamo nel miglior mondo secondo i parametri che OGGI consideriamo importanti?

I dati sulla qualità della vita, sulla scolarizzazione e, in generale, sulla disponibilità di risorse globale non sono mai stati così brillanti.

Se non ci credete provate ad investigare. Ci sono un paio di libri che ci possono aiutare per arrivare prima al risultato (ecco… sempre fretta!!!).

Uno è “FACTFULNESS” e l’altro è “I NUMERI NON MENTONO” ed entrambi oggettivano una situazione che, normalmente, non vediamo così ovvia poiché siamo sommersi da una valanga quotidiana di notizie deprimenti che ci arriva dai media, dai social e dalla politica e perché prestiamo più attenzione alle notizie negative, quelle che ci danno l’impressione che tutto stia lentamente, ma inesorabilmente, andando a rotoli.

Praticamente, ci mettiamo del nostro per essere depressi.

Ma cosa ci ha fatto arrivare a questo miglioramento?

Lo so, posso essere leggermente influenzato dai miei studi (SOLO LEGGERMENTE), ma ritengo sia una conseguenza di un approccio tecnologico/matematico/scientifico che ci ha permesso di raggiungere una “forma razionale” elevatissima.

Un mindset quasi tutto legato all’efficientismo ovvero “definire bene i problemi/bisogni ed ottenere il massimo degli risultati con il minimo delle risorse”.

Detto così, c’è poco da commentare. E’ tutto fantastico!

Ma, fermiamoci un secondo a pensare. Abbiamo ottenuto una società moderna basata sulla tecnica e sulla competizione e questo è figlio di molte componenti incluse la ormai stranota globalizzazione (i concorrenti non sono più quelli del tuo paese o della tua regione ma tutto il mondo) ed il fatto che la tecnologia sta correndo a velocità inattese.

E questo sta generando una focalizzazione generalizzata sulla formazione di queste competenze che, oggi, sono chiamate STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

La storia di questo acronimo la dice lunga sul mondo che stiamo vivendo (la puoi trovare QUI).

Tutto parte dall’inizio degli anni 2000 negli Stati Uniti, quando un importante articolo denunciò che gli studenti statunitensi non stavano raggiungendo gli stessi risultati di quelli di altri paesi, cosa che avrebbe danneggiato il sistema economico rimasto privo di un’adeguata forza lavoro specializzata. A questo punto furono condotte numerose indagini per comprendere i difetti del sistema scolastico ed elaborare la migliore strategia per elevare la preparazione degli studenti in modo tale da renderli pronti a soddisfare le richieste del mercato del lavoro e dell’istruzione universitaria.

Quindi, creare un ambiente capace di preparare alla competizione globale e alle richieste del mercato del lavoro.

Questo focus sulla competizione, sul successo personale, ha generato un approccio introiettato, qualcosa volto solo al bene di se stessi. Ci vediamo come esseri solitari e non più come parte di una comunità e questo è un cambiamento evolutivo mostruoso.

L’uomo, infatti, si è sviluppato con il concetto di interdipendenza ovvero della capacità di riunirsi in gruppi al fine di collaborare alla sopravvivenza di tutti.

Tuttavia, il paradigma sociale attualmente più popolare pone al primo posto l’indipendenza: l’IO davanti a tutti. L’indipendenza è l’obiettivo dichiarato di molte persone e gruppi sociali. La maggior parte dei manuali di auto-aiuto mettono su un piedistallo l’indipendenza, come se la comunicazione, il lavoro in gruppo e la cooperazione fossero valori di secondo ordine.

A questo punto devo prendere in prestito un concetto spiegato anche da Stephen Covey nel suo “LE 7 REGOLE PER AVERE SUCCESSO”: l’INTERDIPENDENZA.

L’interdipendenza è uno dei concetti centrali della teoria dei sistemi: la maggior parte delle definizioni di un sistema implicano l’idea di interdipendenza tra un insieme di elementi. Senza interdipendenza tra le parti non esiste un sistema, ma solo un insieme di elementi indipendenti. Lo stesso concetto, in un certo senso, che distingue gruppo e squadra. La presenza di un obiettivo condiviso e di una relazione tra le azioni di ognuno ed il raggiungimento del risultato fanno sì che dobbiamo trovare un modo che ciò che conviene ad uno convenga a tutti.

Che il mondo naturale, la nostra vita, il nostro lavoro e il nostro benessere collettivo siano interdipendenti risulta evidente, se solo ci fermiamo un momento a pensarci. Tutto è, o sarà, collegato. L’indipendenza, in un certo senso, è un’illusione a meno che non si decida di vivere come un eremita ma, per prendere consapevolezza della nostra interdipendenza, dobbiamo essere capaci di pensare liberamente di guardarci come da fuori al sistema sapendo che questo è impossibile.

Come ha scritto Stephen Covey, «L’interdipendenza è una scelta che solo le persone indipendenti possono fare».

L’interdipendenza è connaturata alla vita – delle persone come delle organizzazioni – e i grandi cambiamenti macro e micro che scuotono il nostro mondo, nell’ambiente sia naturale che sociale e nella tecnologia, impattano in maniera enorme sul modo di intendere e di vivere la cultura, le relazioni, l’istruzione, l’economia, le regole e la politica.

Per questo motivo stiamo cercando di trovare nuovi angoli di approccio alla cultura ed alla formazione dei ragazzi. Dalla psicologia alla filosofia (che, alla soglia dei 50 anni sto rivalutando non poco) fino ad arrivare alle arti.

Del resto, Leonardo da Vinci e Michelangelo non furono solo inventori, ingegneri e scienziati ma anche pittori e scultori: per loro, non c’erano confini tra scienza e arti. Lo stesso Steve Jobs, per quanto credo sia stata romanzata la sua vita, vide nell’estetica e nell’arte una leva che ne influenzò la produzione.

Non basta però solo aggiungere una A (per arte) alle STEM e creare l’acronimo STEAM per pensare che stiamo adottando un approccio interdisciplinare.

Dobbiamo realmente credere che le competenze che ne derivano sono fondamentali per uno sviluppo della società che non potrà soltanto essere tecnocentrico e egocentrico ma dovrà aprire sempre più la visione a quella globale.

E per farlo abbiamo bisogno di tutte le competenze umane.

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